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    Vestirsi con arte e scienza

    La tradizione artigianale italiana, in particolare quella dell’abbigliamento e dei suoi accessori, ha fatto registrare un grande successo mondiale, che testimonia la capacità di “pensare globale e agire locale”, come si diceva una volta a proposito della glocalizzazione: nuovi materiali, nuovi metodi produttivi, ma soprattutto una nuova considerazione per l’importanza della ricerca.

    di Gian Piero Jacobelli 

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    Lasciateci chiarire subito, per evitare ingiustificati sospetti di interesse privato in atto pubblico – anche un articolo, infatti, è un atto pubblico – che da molti anni non indossiamo cravatte, se non nelle circostanze e nei luoghi in cui, fortunatamente sempre più di rado, restano obbligatorie. 

    Questa breve premessa serve a introdurre un argomento solo apparentemente fatuo e marginale, ma in realtà molto concreto e significativo in ordine alle capacità del nostro Paese di uscire dalla crisi economica, non soltanto quella provocata dalla pandemia, grazie ad alcune peculiari qualità connesse al gusto e all’eleganza. 

    Soprattutto, in un voluto gioco di parole, grazie alla “grazia”, come la chiamava Baldassarre Castiglione nel suo Cortegiano, precisando per altro che non c’è grazia senza “sprezzatura”, senza cioè che il modello di riferimento venga personalizzato da qualche minima variazione sul tema. La variazione, infatti, lascia intendere come non debba essere il modello a prevalere, ma chi di quel modello fruisce per ribadire la originalità della propria “rappresentazione”: abbigliamento, accessori, ma anche comportamenti e soprattutto una educata “maniera” di conversare, dimostrandosi davvero uomini e donne di mondo, vale a dire capaci di vivere il mondo come la propria casa: un poco locali e un poco globali, come si direbbe oggi.

    Così, un poco locale e un poco globale, “glocale” per dirla con Roland Robertson, si presenta anche Maurizio Marinella, l’attuale proprietario e animatore di una delle marche internazionalmente più note dell’eleganza italiana. In questo caso, una eleganza sartoriale, fatta più di accessori, le cravatte in primo luogo, che rispetto agli abiti, più soggetti alla moda, segnalano maggiormente il gusto personale e la volontà di distinguersi senza rompere i legami con la tradizione.

    La tradizione per Marinella – fondata a Napoli oltre un secolo fa, nel 1914, da Eugenio Marinella, nonno dell’attuale titolare, come sartoria specializzata nell’abbigliamento di, dalle camicie alla ormai famose cravatte realizzate con tre, cinque, sette e nove pieghe – consiste, allora come oggi, in una sintesi creativa tra le due anime napoletane: quella popolare, dei vicoli, in cui si impara a lavorare da giovanissimi, e quella aristocratica, della Riviera di Chiaia dove ogni giorno chi poteva, passava a cavallo per raggiungere la Villa Comunale, dove esisteva un bellissimo percorso equestre.

    Se l’anima popolare alimentava motivazioni e capacità artigianali che ancora si ritrovano a Napoli, l’anima aristocratica coniugava il dialetto napoletano con l’inglese di William Hamilton o il francese di Gioacchino Murat, mangiando alla francese e vestendo all’inglese. Da Londra Marinella importava pezze di cotone e di seta stampate a mano. Con il tempo questa dimensione globale ha finito per diventare altrettanto importante, in Europa, in Estremo Oriente, in Nord America, al punto che pochi anni fa alcune cravatte di Marinella sono state esposte al MoMA di New York.

    Ma la “glocalità” di Marinella, la sua capacità di attraversare diversi mondi culturali tanto nello spazio quanto nel tempo, si manifesta anche nelle proposte innovative che sono state illustrate nei giorni scorsi da Maurizio Marinella in termini programmatici: «Sta per arrivare il G20 e ci siamo messi al lavoro per realizzare cravatte e foulard ecosostenibili». 

    Lo stilista napoletano della cravatta ha deciso per l’occasione di consultare un territorio sconosciuto, quello dei materiali innovativi e rispettosi dell’ambiente: «Noi cerchiamo sempre di aiutare le aziende del Sud Italia e in questo caso abbiamo stretto un accordo con la Orange Fiber , una società siciliana che ha realizzato un tessuto tratto dalla buccia delle arance.È nata così la prima collezione di cravatte e foulard totalmente ecosostenibili, in quanto anche la bustina di plastica della cravatta viene realizzata con un materiale che, quando lo si accartoccia, si autodistrugge». 

    Questo progetto fa parte di una serie di altri progetti ecosostenibili proposti da giovani ricercatori a dimostrazione di come anche nella moda si possa guardare alle problematiche più avanzate e delicate della convivenza. Non si tratta di una considerazione da poco, si pensa che proprio attraverso la moda, più che con i consueti prodotti di consumo, si può incidere sulla consapevolezza della necessità di cambiare responsabilmente.

    In questa prospettiva, cambiare significa rispondere meglio, con maggiore affidabilità e avvedutezza ambientale, alle esigenze della vita quotidiana, anche in quei momenti di eccellenza che forse non possono riguardare tutti, ma a cui tutti fanno un quanto meno mediatico riferimento. 

    gv )

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